domenica 4 settembre 2016

RAVENNA, CAPITALE DELL'IMPERO E POI DELL'ESARCATO



Ravenna è oggi una tranquilla città di provincia, ma ha un glorioso passato. E' stata capitale dell'Impero Romano di Occidente dal 402 d.C. e capitale dell'Esarcato bizantino.
Nel 402 d.C. Onorio, figlio di Teodosio I decise di trasferire la capitale a Ravenna, abbandonando Milano troppo esposta agli attacchi dei barbari. Inoltre, dato l'incontrastato dominio romano sui mari, Ravenna era più facilmente difendibile. La città assunse l'aspetto di una capitale imperiale bizantina, imitando il fasto di Costantinopoli.

 

 

DESCRIZIONE DEI MONUMENTI

SANT'APOLLINARE IN CLASSE

(liberamente tratta da Guida Rossa TCI)
La basilica cemeteriale fu eretta per volontà del vescovo Ursicino tra il 533 ed il 536, grazie ai finanziamenti di Giuliano l'Argentario e consacrata nel 549 dal vescovo Massimiano. Divenne presto il massimo centro di irradiazione del cristianesimo, grazie all'ambiente cosmopolita di Classe. Alla chiesa fu affiancato nel sec. VIII un monastero di Benedettini, passato nel sec. XII ai Camaldolesi che, dopo il saccheggio del 1512 da parte dei Francesi, si trasferirono in città nell'edificio oggi sede della Biblioteca Classense.    

In origine la basilica era preceduta da un quadriportico e da un pronao con due torri laterali, ripristinato dal restauro del 1909.  La facciata è aperta in alto da una trifora. Sotto il pronao ci sono tre portali, di cui il mediano rialzato. Sulla sinistra si innalza, isolato e possente, il campanile, la più bella tra le torri cilindriche ravennati. Databile dopo il IX sec. è traforato da monofore, bifore e trifore, spartite da colonnine il cui marmo spicca sul rosso del cotto. 


Straordinariamente suggestivo e solenne è l'interno a tre navate, spartite da due file di 12 magnifiche colonne in marmo greco, venate trasversalmente, con i bassi e tipici capitelli bizantini "a foglie di acanto mosse dal vento". Del primitivo pavimento a mosaico, sopraelevato in epoca molto antica, rimangono tracce all'inizio della navata destra e in fondo a quella sinistra. Il rivestimento marmoreo della basilica venne in buona parte asportato nel 1449 da Sigismondo Malatesta  per ornare il suo Tempio di Rimini. Nel mezzo della navata mediana sorge l'antico altare, eretto nel IX sec. dall'abate Orso e rimaneggiato nel Settecento. Nelle navate laterali all'inizio sono otto colonne isolate (quattro piccole di porfido e quattro grandi di marmo bianco e nero orientale), provenienti da due cibori originali. Lungo le pareti numerose epigrafi di varia epoca e 10 sarcofagi marmorei di arte ravennate. Quelli più interessanti sono nella navata destra: l'ultimo del V sec., con pavoni, colonne e tralci di vite, che accolse nel 693 le spoglie dell'arcivescovo Teodoro; il penultimo con pavoni, tralci di vite,  Gesù e gli Apostoli; quello a sinistra dell'ingresso, con croce,  agnelli e palme sul lato anteriore, croce inghirlandata tra due pavoni sul lato del coperchio, motivi analoghi sui fianchi. Gli altri sette sono quasi tutti di epoca posteriore.
Il PRESBITERIO sopraelevato sulla cripta è rivestito di splendidi mosaici, eseguiti in epoche diverse che concludono il ciclo musivo conservato a Ravenna. In essi il naturalismo classico cede all'astratto simbolismo bizantino  che si esprime in forme più convenzionali. Sul fronte dell'arco trionfale, medaglione con il busto di Cristo benedicente con i simboli degli evangelisti e le città mistiche di Gerusalemme e Betlemme, dalle quali escono i dodici apostoli in figura di agnelli (sec. VII); in basso, lateralmente, due palme dorate, simbolo del martirio (pure sec. VII); più sotto, gli arcangeli Michele e Gabriele (sec. VI) e, ancora in basso, S. Marco e S. Luca (sec. XII). Nel catino dell'abside, figurazione  allegorica della Trasfigurazione: il Cristo è rappresentato da una grande croce latina entro un cerchio azzurro stellato; in alto, sullo sfondo di un cielo d'oro, la mano del Padre eterno, sporgendo da nubi sottili, indica Gesù; ai suoi lati, a mezzo busto, Mosè ed Elia; sotto, i tre apostoli che presenziarono all'avvenimento (Pietro, Giacomo e Giovanni), personificati da tre agnelli. Al centro di un prato con piccole rocce alternate a fiori, erbe, piante ed alberi (il Paradiso) è sant'Apollinare in abiti vescovili, orante tra dodici bianchi agnelli che rappresentano i fedeli. Nella zona inferiore dei due riquadri (seconda metà del VII secolo), quello di destra rappresenta i sacrifici di Isacco, Melchisedec e Abramo, quello a sinistra l'imperatore Costantino IV che, insieme con i fratelli Eraclio e Tiberio, consegna al diacono Reparato, protetto dall'arcivescovo Mauro, i privilegi per la chiesa di Ravenna (le teste delle tre figure vennero tutte alterate in epoca posteriore e il mosaico è in gran parte integrato a tempera). Nei vani tra le finestre, i ritratti di Ursicino, Orso, Severo e Ecclesio (metà del sec. VI), i quattro vescovi ravennati, la cui presenza è connessa all'esaltazione di S.Apollinare. Nelle due cappelle ai lati dell'abside, trovano posto i tesori. La cripta, forse risalente ai secoli IX-X, si richiama ai modelli romani ad ambulacro circolare.     




SAN VITALE

(liberamente tratta da Guida Rossa TCI)
E' fra le massime testimonianze dell'arte paleocristiana in Italia, frutto del geniale inserimento di moduli costruttivi bizantini in forme spaziali tipiche dell'architettura romana. Pur rappresentando, in analogia con tutti gli altri monumenti edificati all'apice della fortuna di Ravenna, un esterno sobrio in laterizi a vista, è tuttavia fabbrica dalla concezione fastosa e dalla decorazione ricca di implicazioni ideologiche che trascende le esigenze del rito religioso e rivela il disegno di propiziare la penetrazione bizantina in Italia e riaffermare la sacralità del potere imperiale. Si differenzia dai tradizionali schemi basilicali ravennati per l'impianto a base ottagonale e, come le altre chiese paleocristiane ravennati, l'abside rivolta a oriente.   
Nella costruzione furono coinvolte alcune delle figure più significative del periodo prebizantino e bizantino:
  • il fondatore Ecclesio che la cominciò nel 526 d.C. 
   
  • il vescovo Massimiano che nel 547-48 la consacrò   

  • il banchiere Giuliano l'Argentario, arricchitosi nella guerra greco-gotica, che la finanziò con 26000 soldi d'oro.

Nel nartece a forcipe, già unito a un quadriportico, il pavimento ha mantenuto la quota antica più bassa rispetto a quella del chiostro.  Contigue ai lati corti del nartece, precedono il vano ottagonale le due torri scalari, già di accesso al matroneo. Dall'interno è visibile solo quella di sinistra, mentre quella di destra, trasformata in campanile, è chiusa e preceduta da una volta con preziosi stucchi bizantini.
L'interno, straordinariamente suggestivo, armonico e slanciato, produce una impressione profonda per la forma originale della struttura e per la ricchezza del rivestimento marmoreo e musivo, da cui il vario gioco della luce trae effetti sorprendenti. Lo spazio centrale, ottagonale, è sormontato da una cupola circolare sostenuta da otto pilastri, rivestiti di marmo greco e africanone (in gran parte rinnovati nell'Ottocento). Tra i pilastri si apre a sud-est il presbiterio e si incurvano sette nicchie, traforate da due ordini di arcatelle su colonne: le inferiori corrispondono all'ambulacro, le superiori al matroneo. Le pareti perimetrali conservano scarsi resti della primitiva decorazione, che in basso era costituita da un rivestimento marmoreo e da fasce intarsiare e in alto da stucchi dipinti. La cupola ha una leggerissima struttura, costituita da tubi di terracotta, inseriti orizzontalmente gli uni negli altri e una decorazione pittorica del 1780.
Il complesso absidale è una citazione di edifici orientali: affiancano l'abside la "prothesis", oggi Sancta Sanctorum ed il "diaconicon", oggi denominato Cappella della Madonna.     Nel presbiterio e l'abside risplendono dei preziosi mosaici che rivestono le pareti e le volte, eseguiti da vari artisti nel secondo quarto del sec. VI. Nell'intradosso del grande arco trionfale sono rappresentati, entro 16 tondi, i busti del Redentore, dei 12 Apostoli, di San Gervasio e San Protasio, presunti figli di San Vitale. In basso due costruzioni marmoree cinquecentesche, completate nei secoli successivi.  Oltre l'arco, per ogni lato, si innalzano due colonne con capitelli traforati e pulvini monogrammati che sostengono tre archi, al di sopra dei quali è una lunetta decorata a mosaico. La lunetta destra con le "Offerte di Abele e Melchisedec" è affiancata da storie della vita di Mosè e Isaia. Nella lunetta di sinistra, l'Ospitalità di Abramo e "Abramo che sacrifica Isacco", con ai lati Geremia e "Mosè che riceve le leggi del Sinai". La loggia superiore ripete le forme di quella inferiore ed è decorata con i mosaici degli evangelisti. Nella volta, pure a mosaico, tra magnifici girali di acanto, quattro angeli reggenti una ghirlanda di fiori e frutti, con le braccia rivolte verso l'Agnello mistico". Il senso generale della composizione, svolta secondo uno schema piramidale che ha il vertice nell'Agnello mistico, è di mettere in relazione il tempo dell'annuncio con quello del suo compimento.

Al centro del presbiterio, è un altare del VI sec.  La mensa è formata dalla celebre "lastra di alabastro trasparente"  e da antiche lastre alabastrine lavorate a bassorilievo. La fronte dell'arcone dell'abside è rivestita di un mosaico con al centro due angeli e ai lati la rappresentazione simbolica delle due città di Gerusalemme e Betlemme. Nel catino, il "Redentore tra due arcangeli che porge la corona del martirio a san Vitale e il vescovo Ecclesio con il modello della chiesa da lui fondata".



 

MAUSOLEO DI GALLA PLACIDIA

Alla morte dell'imperatore Onorio nel 423, la sorella Galla Placidia (392-450) divenne reggente dell'Impero d'Occidente per il figlio Valentiniano III (419-455) ancora bambino. Grazie a lei la città di Ravenna visse un momento di grande fioritura artistica e di forte rinnovamento architettonico. In questa fase fu edificato il suo mausoleo, parte di un più vasto organismo monumentale, situato nella zona nord-est della città. Il mausoleo, in origine collegato alla chiesa della Santa Croce, oggi distrutta, è tradizionalmente identificato con il luogo di sepoltura di Galla Placidia (che in realtà fu inumata a Roma), ma più probabilmente nacque come sacello dedicato a San Lorenzo. L'esterno del monumento, che presenta una pianta a croce, si caratterizza per la semplicità del paramento murario in mattoni, appena movimentato da una semplice decorazione ad archetti e lesene, che fortemente contrasta con la sfarzosità musiva dell'interno. Probabilmente, però, l'esterno era in origine rivestito da lastre marmoree. Tutto l'edificio oggi si presenta interrato di circa un metro e mezzo rispetto alla situazione originaria, così che la visione complessiva del monumento risulta oggi falsata.



SANT'APOLLINARE NUOVO


La chiesa, inizialmente dedicata a Cristo Redentore, fu fatta costruire tra la fine del V e gli inizi del VI secolo da Teodorico e destinata al culto ariano. Durante la dominazione bizantina, quando tutti gli edifici religiosi della città furono riconciliati alla ortodossia cristiana, fu intitolata prima a San Martino di Tours, poi, intorno al IX secolo, a sant'Apollinare, primo vescovo di Ravenna. L'appellativo "Nuovo" fu invece adottato per distinguerla da un'altra chiesa più piccola già esistente in città.


La facciata è oggi preceduta da un semplice portico marmoreo del XVI secolo, mentre al IX o X secolo risale la costruzione del campanile cilindrico che si eleva sul lato destro della chiesa; la massiccia torre in laterizi è alleggerita da una serie di bifore e trifore con colonne marmoree. L'interno, di impianto basilicale, si presenta a tre navate, divise da due file di alte colonne con capitelli corinzi; il pulvino, collocato tra il fusto della colonna e il capitello, conferisce slancio e un senso di leggerezza all'intero complesso.

Nel XVI secolo si realizza un nuovo pavimento, più alto rispetto a quello precedente. Di conseguenza si innalzano anche le arcate della navata, sacrificando la fascia di muratura che si trovava tra le arcate e la prima fascia musiva, probabilmente decorata di stucchi colorati. Contemporaneamente, si amplia l'abside, decorata nel Settecento co succhi barocchi.

I mosaici, risalenti al periodo teodoriciano, rivestono le pareti della navata maggiore e si dividono in tre registri. In quello più alto, collocato sotto l'imposta del soffitto, si susseguono 26 pannelli rettangolari che rappresentano altrettanti episodi della vita di Cristo, intervallati da un motivo decorativo con una nicchia, sovrastata da due colombe, dalle quali pende una corona. Sulla parete sinistra, partendo dall'abside, si distinguono alcune scene della vita pubblica di Gesù e dei miracoli da lui compiuti, come le Nozze di Cana, la Moltiplicazione dei pani e dei pesci e l'Incontro con la Samaritana. Sulla parete di destra i riquadri illustrano le storie della passione. dall'Ultima Cena all'Incredulità di san Tommaso. I questi pannelli colpisce la grande ricchezza narrativa, l'attenzione ai particolari naturalistici, la vivacità dei colori delle vesti dei protagonisti, la resa realistica dei loro movimenti. Gli studiosi riferiscono le due serie di questi episodi a due possibili diversi esecutori: il cosiddetto Artista dei Miracoli, più essenziale e più ieratico, come si addice a scene di miracolo, e l'Artista della Passione, che crea scene affollate di personaggi con annotazioni realistiche.   

Nel secondo ordine, all'altezza delle finestre, su ogni parete sono rappresentate sedici scene di profeti, tutti ritratti in una rigida posa frontale. Sono in piedi su un tappeto erboso e con la testa nimbata; con fare inespressivo stringono in mano i cartigli e i libri che caratteizzano il loro ruolo. Del registro inferiore, solo i riquadri posti alla estremità della navata risalgono alla fase teodoriciana, risparmiati dall'intervento che interessò questa parte dei mosaici sotto il vescovo Agnello. 

MAUSOLEO DI TEODORICO

Il Mausoleo di Teodorico è privo di decorazione musiva, ma rimane il monumento più rappresentativo del periodo goto. Fu fatto costruire dal re stesso intorno al 520 nella zona della città adibita a cimitero dei goti. Il monumento è costituito da grossi blocchi di pietra d'Istria, connessi fra loro a secco e legati da groppe di ferro. Si articola in due ordini:
  • La parte inferiore, di forma decagonale, è scandita da ogni lato da grandi nicchie a tutto sesto. Su una di queste si apre l'entrata che dà accesso ad un vano cruciforme, probabilmente utilizzato per lo svolgimento di riti funebri.
  • La parte superiore, anch'essa di forma decagonale, è più piccola di quella sottostante. Al suo interno, un ristretto ambiente circolare accoglie una vasca in porfido.
La salma fu forse traslata dal museo, quando Ravenna passò sotto il dominio di Giustiniano, alla fine della guerra greco-gotica nel 540. Una serie di archi ciechi percorre le pareti esterne, più profondi al piano inferiore e appena accennati al piano superiore, richiamando il motivo del portico, che alleggerisce la mole del Mausoleo.

IMMAGINI DEI MONUMENTI



L'imperatrice Teodora (dal mosaico in San Vitale)

SANT'APOLLINARE IN CLASSE





































I sacrifici di Abele, Melchisedec e Abramo




L'imperatore di Oriente Costantino IV, con il figlio Giustiniano II ed i fratelli Eraclio e Tiberio III, offre al diacono Reparato i privilegi della Chiesa ravennate








Simbolo dell'Evangelista Luca

 

SAN VITALE











































L'imperatore Giustiniano



















L'imperatrice Teodora



MAUSOLEO DI GALLA PLACIDIA




Cupola




Lunetta

SANT'APOLLINARE NUOVO
















 

BATTISTERO NEONIANO (O DEGLI ORTODOSSI)





 

BATTISTERO DEGLI ARIANI












MAUSOLEO DI TEODORICO




 

ROCCA BRANCALEONE

 

ARGOMENTI DI STORIA


"Giustiniano e la "renovatio imperii""
 da "Storia medioevale" di Massimo Montanari

Giustiniano regnò per quasi quarant'anni, dal 527 al 565. Perno della sua azione politica fu il progetto di riunificare l'impero, riconquistando i territori della parte occidentale in cui, a seguito dello stanziamento delle popolazioni germaniche, si erano formati i cosiddetti regni romano-barbarici. Obiettivo dell'azione di conquista fu il Mediterraneo: gli eserciti imperiali vennero diretti in un primo tempo contro i Vandali nell'Africa settentrionale, poi contro i Visigoti nella Spagna meridionale e infine contro il regno degli Ostrogoti nella penisola italiana. Le imprese militari condotte dai generali Narsete e Belisario ebbero successo, ma, soprattutto in Italia, comportarono campagne estremamente lunghe e onerose non solo in termini economici.   


La guerra greco-gotica durò quasi vent'anni (535-553) e segnò per la penisola il vero crollo della civiltà tardo-antica.  In precedenza la politica perseguita dal primo re goto in Italia, Teoderico (493-526), aveva conservato alla aristocrazia senatoria romana i privilegi tradizionali e un ruolo importante nella gestione politica della penisola, pur riservando ai Goti i ruoli chiave nell'esercito. Teoderico aveva anche mantenuto un riconoscimento formale della autorità imperiale di Costantinopoli. Questo sistema di convivenza tra i Goti e i Romani si incrinò. con la morte di Teoderico e si frantumò completamente durante la guerra contro i Bizantini. 
In un primo tempo, i Goti e la classe senatoriale romana fecero fronte comune contro l'attacco imperiale. La conquista della penisola partì da sud e il generale Belisario fu costretto a un assedio di ben venti giorni della città di Napoli, che tentò di resistere, coesa, all'esercito bizantino. Ma dopo che, nel 540, fu conquistata la capitale Ravenna e i Goti furono costretti a ritirarsi al di là del Po, l'aristocrazia senatoria si piegò di fronte ai bizantini che comunque avrebbero continuato a garantire la posizione di privilegio economico e politico: in tal modo il fronte italiano si spezzò e i Goti rimasero soli a fronteggiare le truppe imperiali.
Si spiega allora perché il nuovo re dei Goti, Totila (540-552), nel suo programma di riconquista della penisola, non cercò più la collaborazione della classe senatoria , ma piuttosto cercò di attaccarla, incidendo sulla sua capacità economica, con una disposizione che concedeva libertà personale ai coloni dipendenti e, nel contempo, vietava loro di versare canoni e tributi ai padroni.   Totila non cercò in tale modo di farsi promotore di una rivoluzione sociale: canoni e tributi dovevano comunque essere versati, ma direttamente al re, e la libertà personale comportava l'obbligo di servire il re combattendo. I coloni dipendenti non aderirono se non in minima parte a tale iniziativa, anzi talvolta combatterono a favore dei padroni tradizionali, dimostrando di non credere a un miglioramento delle loro condizioni sotto un nuovo dominio. Ciononostante Totila riuscì per un breve periodo a riconquistare la maggior parte della penisola; ma infine l'esercito bizantino di Narsete prevalse sui Goti nella battaglia di Gualdo Tadino (552), dove lo stesso re perse la vita. Il suo successore, Teia, venne sconfitto, ancora da Narsete, e così l'intera penisola fu assoggettata nel 553 a Bisanzio. Venti anni di guerra consegnavano però ai vincitori un territorio distrutto, in gran parte spopolato, colpito da una epidemia di peste, lacerato nelle sue componenti etniche e sociali.

Seppure pagata con costi elevatissimi, la politica di Giustiniano segnava, nel 553, un successo completo : tutti i territori che si affacciavano nel Mediterraneo erano nuovamente soggetti alla autorità imperiale e il mare poteva tornare a essere tramite di comunicazioni interne  fra le diverse parti dell'impero. Si trattò tuttavia di una situazione effimera: nel 568, l'anno dopo la scomparsa di Giustiniano, la penisola italiana fu occupata dai Longobardi. In breve tempo, poi, gli Arabi avrebbero interrotto definitivamente la egemonia bizantina nel Mediterraneo.

I territori bizantini in Italia
di Massimo Montanari 
 Appena quindici anni dopo la conquista bizantina, nel 568, giunsero in Italia i Longobardi. Le fasi della occupazione furono lunghe e complesse e i Longobardi non riuscirono mai ad ottenere un controllo territoriale complessivo della penisola. L'Istria e la laguna veneta, l'area della attuale Romagna, le Marche settentrionali, parte dell'Umbria e il Lazio, unitamente a Napoli e il suo entroterra, al Salento, alla Calabria ed alla Sicilia rimasero sotto il dominio bizantino: una frattura della unità politica della penisola italiana che avrebbe segnato a lungo la sua storia e che si sarebbe ricomposta solo nel XIX secolo.

L'insieme dei territori rimasto sotto il dominio bizantino venne riorganizzato dal punto di vista amministrativo dall'imperatore Maurizio alla fine del VI secolo e fu affidato a un funzionari, l'esarca, che riuniva in sé tutte le funzioni pubbliche, amministrative, civili e militari. L'esarca risiedeva a Ravenna e doveva esercitare la sua autorità su tutti i territori bizantini della penisola, assoggettati in sede locale a duchi, mentre la Sicilia era governata direttamente da Bisanzio.  
 Nelle aree bizantine si mantennero alcune caratteristiche peculiari della civiltà romana: l'organizzazione del territorio continuò ad essere imperniata sulle città; il sistema di conduzione fondiaria restò aderente al modello catastale romano, basato sul "fondo" (fundus) e si conservarono grandi proprietà fondiarie, concentrate soprattutto nei patrimoni ecclesiastici. Restò in vigore il sistema normativo romano, ordinato nel codice giustinianeo.



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