martedì 16 ottobre 2012

BOLOGNA - ALMA MATER STUDIORUM: LO STUDIO BOLOGNESE



La più antica università del mondo, lo Studium, nacque come libera e laica organizzazione fra studenti che sceglievano e finanziavano in prima persona i professori. Essi si organizzarono in collegi per l'aiuto reciproco tra compagni della stessa nazionalità (nationes), divise in intramontani (o citramontani) ed ultramontani. L'origine della Università di Bologna è attribuita all'anno 1088, data convenzionale fissata da un comitato di storici guidato da Giosuè Carducci.

L'istituzione comincia a configurarsi alla fine del secolo XI, quando maestri di grammatica, di retorica e di logica cominciano ad applicarsi al diritto. I primi studiosi di ci si ha documentazione sono Pepone Graziano ed Irnerio, quest'ultimo definito dai posteri "lucerna iuris".  L'origine dello Studium si deve appunto all'incontro di insigni studiosi di diritto, detti glossatori, che furono chiamati a commentare gli antichi codici del Diritto Romano. Con la consulenza di quattro doctores ritenuti allievi di Irnerio, Federico I promulga nel 1158 la Costitutio Habita, con cui l'Università diventa, per legge, un luogo in cui la ricerca si sviluppa indipendentemente da ogni altro potere.
Nel XII secolo c'erano a Bologna ben 17 subnationes intramontane e 14 ultramontane. A testimonianza di ciò, nel palazzo dell'Archiginnasio, antica sede dell'Università, è presente un complesso araldico di quasi 6000 stemmi studenteschi.

Il modello bolognese si contrapponeva a quello parigino dell'università di maestri legati alla Chiesa ed all'autorità monarchica. In seguito lo stipendio dei professori fu messo a carico del Comune di Bologna.

Dal XIV secolo, alle scuole dei giuristi a affiancano quelle dei cosiddetti "artisti", studiosi di medicina, filosofia, aritmetica, astronomia, logica, retorica e grammatica.  Dal 1364 viene istituito anche l'insegnamento di teologia.

A Bologna trascorsero periodi di studio Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Guido Guinizelli, Cino da Pistoia, Salimbene da Parma e Coluccio Salutati.

Nel XV secolo si costituiscono insegnamenti di greco ed ebraico e, nel XVI secolo, quelli di "magia naturale", cioè la scienza sperimentale. Il filosofo Pietro Pomponazzi sostiene lo sudio delle scienze naturali malgrado le posizioni tradizionaliste della teologia e della filosofia. Una figura rappresentativa di questo periodo è Ulisse Aldrovandi che estende il suo contributo alla farmacopea, allo studio degli animali, dei fossili e di varie meraviglie della natura che raccolse e classificò. Nello stesso periodo l'università divenne un centro di eccellenza per l'algebra, con esponenti illustri come Gerolamo Cardano e Scipione del Ferro.

Il periodo aureo della medicina bolognese coincide con l'insegnamento di Marcello Malpighi nel XVII secolo, che ricorre al microscopio per le ricerche anatomiche.

La fama dell'Università di Bologna si propaga in tutta Europa e diviene meta di ospiti illustri come Thomas Becket, Paracelso, Albrecht Duerer, Erasmo da Rotterdam, san Carlo Borromeo, Torquato Tasso, Carlo Goldoni. Studiano a Bologna anche Pico della Mirandola e Leon Battista Alberti, mentre Coprnico vi studia diritto pontificio.

Con la Rivoluzione Industriale, nel XVIII secolo, l'Università promuove lo sviluppo scientifico e tecnologico. A questo periodo risalgono gli studi di Luigi Galvani, che é uno dei fondatori dell'elettrotecnica moderna.

Il periodo successivo all'unità d'Italia é un periodo di grande rilancio, in cui spiccano le figure di Giovanni Cappellini, Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli, Augusto Righi, Federigo Enriques, Giacomo Ciamicia, Augusto Murri.

Nel 1888 si celebra l'ottavo anniversario dello Studium, evento grandioso che riunisce a Bologna tutte le Università del mondo per onorare la madre delle Università. La cerimonia diviene una festa internazionale degli studi, poichè le università riconoscono a Bologna le loro radici, gli elementi di continuità ed i comuni ideali di progresso nella tolleranza.


Da "Storia di Bologna" Edizioni ALFA



"Università" - termine con cui oggi denominiamo un complesso organismo didattico, scientifico, amministrativo, edilizio - anticamente significava "collettività" e veniva usato anche per indicare l'insieme degli studenti che frequentavano lo "Studio", espressione con la quale ci si riferiva all'insieme delle singole scuole, tenute da vari maestri, accomunate da quella che era ritenuta la specifica attività mentale e pratica dei docenti e dei discenti. Inteso in questo senso, lo Studio di Bologna  - il più antico d'Europa -compare alla fine del secolo XI come centro di studi specializzati nella esegesi dell'antico diritto romano, presentato come diritto universale ed eterno, valevole per tutti i popoli civili.

La formazione dello Studio passa attraverso un lungo processo storico che conviene richiamare, sia pure brevemente, partendo dalla constatazione che non esiste società senza leggi, semplici ed elementari quando semplice ed elementare è la società che le esprime; quando la società si arricchisce e si differenzia in un nuovo sistema di rapporti socio-economici, sorge l'esigenza di nuove leggi meglio rispondenti alla nuova realtà. E' quanto avvenne nel corso dell'XI secolo, quando l'incremento demografico e la ripresa economica che si manifestarono in Europa, ma soprattutto in Italia, modificarono profondamente il tessuto sociale ed economico e richiesero nuove definizioni giuridiche ignote ai diritti romano-germanici, ma ben note al diritto romano classico  da cui occorreva recuperarle, ricorrendo ai testi studiati direttamente nella loro integralità e abbandonando quei modesti compendi ad uso delle scuole, di cui ci si era per generazioni serviti.


Lo studio del diritto romano acquistò una importanza crescente e divenne oggetto di un insegnamento sistematico da parte di personaggi che si presentavano con il titolo di doctor legis, ossia maestro di legge, di diritto, e che, svolgendo attività forense e giudiziaria al servizio delle autorità pubbliche, introducevano nella pratica giudiziaria le innovazioni suggerite dall'approfondimento della conoscenza del diritto. Fra i doctores legis operanti a Bologna alla fine del secolo XI emerse Pepone, un giurista che era stato al servizio di Matilde di Canossa, seguito qualche anno dopo da Irnerio, legato anch'egli all'ambiente di Matilde; per la novità e la profondità del suo metodo esegetico, Irnerio - morto nel 1125 - è universalmente considerato il fondatore della scuola giuridica bolognese: egli ebbe, infatti, numerosi scolari che continuarono la sua attività scientifica e didattica, tra i quali - secondo la tradizione - gliene sarebbero stati particolarmente cari quattro, a cui avrebbe dedicato un distico famoso:

Bulgarus os aureum, Martinus copia legum,
Mens legum est Ugo, Jacopus id quam ego.

Vale a dire: Bulgaro è una bocca d'oro; Martino ha la conoscenza di tutte le leggi; Ugo ne interpreta lo spirito; Jacopo è un altro me stesso.

Bologna era a quel tempo una piccolissima città con una estensione di 25 ettari, chiusa in un quadrilatero di robustissime mura, ma era favorita dalla posizione geografica che ne faceva un punto di incontro delle grandi vie di comunicazione tra est-ovest e nord-sud e gli studenti forestieri vi accorsero in gran numero per ascoltare i nuovi maestri. L'insegnamento era esercitato privatamente, ma sulla basedi un regolare contratto: gli studenti si impegnavano a pagare il maestro, che dal canto suo assicurava che avrebbe letto e commentato per loro il Corpus iuris e che, quando li avesse giudicati maturi, li avrebbe presentati ad altri maestri che ne avrebbero giudicato il grado di preparazione e li avrebbero dichiarati idonei ad esercitare, a loro volta, l'insegnamento a Bologna o dove fosse stata ritenuta necessaria l'opera loro. 

Accolti cordialmente dalla popolazione, gli scolari forestieri trovavano a Bologna vitto ed alloggio a buon mercato, ma erano soggetti a tutte le limitazioni che a quei tempi comportava la qualità del forestiero, fino a quando, nel 1158, Federico Barbarossa accolse le loro richieste e concesse uno speciale salvacondotto a quanti viaggiavano e soggiornavano lontano dalla patria per motivi di studio, e, sottraendoli alle magistrature ordinarie, consentì che, in qualsiasi caso, essi fossero giudicati a loro scelta dal vescovo o dai loro maestri.




L'ingresso di alcuni studenti nella Natio Germanica Bononiae, il collegio di studenti tedeschi a Bologna; miniatura del 1497.


La presenza degli studenti portava notevoli vantaggi alla economia bolognese e le città vicine cercarono a loro volta di organizzare dei centri di studio, facendo larghe promesse di vantaggi di ogni genere a quei maestri e a quegli scolari che si fossero trasferiti presso di loro. Il Comune di Bologna reagì, invitando perentoriamente i dottori a giurare di non passare in altra sede e ad adoperarsi perché nemmeno gli scolari emigrassero altrove. I dottori, che a restare al centro di uno studio ormai noto e qualificato avevano il loro tornaconto, si adattarono alle richieste del Comune, ma gli scolari videro nel provvedimento un attentato alla loro libertà e per difendersi si organizzarono.

Da tempo essi avevano formato fra conterranei delle confraternite religiose e assistenziali; ora si raccolsero in una grande corporazione, la  Universitas scholarium, cioè la collettività degli studenti, che al suo interno si articolava in due sezioni: quella degli "ultramontani" e quella dei "citramontani", in cui rispettivamente si raccoglievano gli studenti forestieri e quelli italiani, suddivisi in "nazioni" secondo il luogo di origine: nell'una gli italiani del nord, del centro e del sud, indicati come lombardi, toschi e romani; nell'altra francesi, inglesi, spagnoli, tedeschi, polacchi, ungheresi.  L'università degli scolari, guidata da due rettori eletti dagli scolari ultramontani e citramontani, assistiti da consiglieri eletti dalle singoli nazioni, si impegnò a fondo per difendere i privilegi degli scolari contro le imposizioni del Comune e rivendicò ai rettori i diritti giurisdizionali che Federico Barbarossa aveva attribuito ai dottori in alternativa al vescovo. 


Dal canto loro, i papi, sempre pronti ad affermare l'autorità della Chiesa in materia di insegnamento, intervennero ripetutamente nel contrasto, finché nel 1219 Onorio III riservò all'arcidiacono della cattedrale di Bologna, nominato cancelliere dello Studio, il conferimento in nome del pontefice, del titolo dottorale, stabilendo che l'abilitazione all'insegnamento era prerogativa sovrana.

Lo Studio, che era culturalmente la gloria di Bologna e che con la presenza di numerosissimi studenti - non diecimila, come pretende una tradizione infondata, ma certamente intorno ai duemila - ne stimolava l'economia , era però anche un punto estremamente vulnerabile della politica cittadina: papi e imperatori, quando per qualche motivo si trovavano in conflitto con la città,  la sottoponevano all'interdetto ecclesiastico e la mettevano al bando dell'Impero, e con ciò stesso sospendevano l'attività dello Studio, ordinando l'allontanamento di scolari e dottori, cosa che induceva immediatamente i governanti cittadini a cercare un accomodamento. Lo Studio bolognese risentì anche, senza nessuna possibilità di difesa, le conseguenze negative della nascita di altri Studi, fondati dai sovrani dei paesi vicini, per trattenere in patria coloro che altrimenti sarebbero andati a Bologna. Il primo colpo lo ebbe dalla fondazione dello Studio di Napoli per volontà di Federico II nel 1224. Due anni prima c'era stata l'emigrazione a Padova e la costruzione di un nuovo centro di studi in quella città (1222).

L'unica cosa che il Comune poteva fare per trattenere gli studenti era assicurare loro favorevoli condizioni di vita, controllando tra l'altro il prezzo delle case di affitto, procurando la facile disponibilità di libri di testo, consentendo l'acquisto di grano e di viveri alle stesse condizioni degli iscritti alle società del popolo, sorvegliando i prestatori di denaro che concedevano loro dei prestiti. Quanto ai dottori, erano esonerati dai servizi militari che gravavano su tutti gli abitanti; se erano cittadini, erano ammessi di diritto a tutti i consigli del Comune, erano richiesti di pareri e di consigli, erano scelti come ambasciatori, in un clima di fattiva collaborazione che andava molto più in là della pura e semplice preparazione professionale dei loro allievi.  


Testo di Gina Fasoli



L'attuale sede in via Zamboni 33
Il cortile interno dell'Università

Altro cortile interno
Vista dall'interno.




Vista dal lato di via Belmeloro

La chiesetta in via Belmeloro





I portici di via Zamboni, vicini all'ingresso dell'Università






Piazza Verdi è sempre piena di studenti!




Chia ha passato anni della giovinezza a studiare qui, prova un sentimento di commozione, rivedendo queste immagini scolpite nella memoria. Sono icone di una vita vissuta, piena di ansie e preoccupazione, ma con il fascino irresistibile della giovinezza. 


Ma ci sono immagini di luoghi vicini che sono rimaste impresse nella mente.

Abside di San Giacomo Maggiore vista da piazza Verdi.
San Giacomo Maggiore vista da via Zamboni.



Altro edificio dell'Università
L'ARCHIGINNASIO

L'Archiginnasio è uno dei più importanti e rappresentativi palazzi di tutta Bologna. La sua costruzione fu voluta da papa Pio IV. Il progetto fu affidato ad Antonio Morandi (detto il Terribilia) che terminò la costruzione fra il 1562 ed il 1563. Composto da un porticato lungo 139 metri e da un cortile centrale con due ordini di gallerie, questo progetto portò un rinnovamento in termini urbanistici e consentì di riunire sotto un unico tetto le varie scuole universitarie. L'Archiginnasio, ricchissimo di opere d'arte al suo interno, fu sede dello Studium bolognese fino al 1803. Il palazzo, che incorpora l'ex chiesa di Santa Maria dei Bulgari, è composto da due piani con porticata anteriore  e corte interna. Il piano superiore conteneva le varie sale per lo studio dei legisti e degli artisti: le corrispondenti aule magne sono la Sala dello Stabat Mater e la Sala di Lettura dell'odierna Biblioteca Comunale.

La Biblioteca Comunale era in principio ospitata nel Convento di San Domenico; fu poi trasferita negli antichi locali dell'Università nel 1838. La biblioteca conta oggi 500.000 volumi e 12.000 manoscritti.

A testimonianza della storia universitaria del palazzo è visibile un notevole complesso araldico murale composto da migliaia di stemmi studenteschi e iscrizioni in onore dei professori.

















L'Archiginnasio è anche rappresentato in: 


Al primo piano è visibile il Teatro anatomico che fu eretto su progetto di Antonio Levanti nel 1637. Questo spazio era dedicato allo studio dell'anatomia. L'originale era a forma di anfiteatro, in legno d'abete, con il soffitto a cassettoni e decorata con statue. A causa dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale venne distrutta e successivamente restaurato. 








Uscendo dal Palazzo dell'Archiginnasio si arriva in Piazza Galvani, realizzata nel 1563 per volere di Pio IV per dotare di maggiore spazio aperto l'area attigua al Palazzo.



La statua di Galvani, gloria dell'Ateneo bolognese




Ritratto allegorico di Ulisse Aldrovandi (dipinto da Bartolomeo Passarotti)


Ulisse Aldrovandi inaugurò a Bologna la prima cattedra di scienze naturali, fondata sull'analisi empirica e condotta con l'osservazione e la verifica dirette. In questa allegoria, Passarotti lo raffigura a fianco della maga Circe circondata dalle sue pozioni e da due esseri mostruosi. Tali figure simboleggiano l'anello di congiunzione tra il mondo animale e quello umano, come tra il vecchio e il nuovo sapere. L'attenzione con cui sono descritti invasi per i filtri della maga richiama la disputa sulla teriaca, che aveva opposto Aldrovandi ai medici ed agli speziali di Bologna e che era al culmine nel 1575, anno in cui fu dipinta questa opera. 




Caratteristiche costruzioni sono le arche dei Glossatori, vicino alla Chiesa di San Francesco. Sono le tombe di Accursio e suo figlio Francesco, di Odofredo Denari e di Rolandino de' Romanzi.







Tomba di Rolandino de' Passaggeri in Piazza San Domenico


Caratteristici dell'Università di Bologna, fino ad alcuni anni fa, erano i riti pittoreschi della goliardia che culminavano nella Festa delle Matricole.  Gli studenti con più bolli, ossia quelli con più anni di università alle spalle, andavano a caccia dei nuovi iscritti (le matricole) per prendersi gioco di loro, riscuotere un piccolo obolo o più semplicemente farsi pagare da bere. Alla matricola, alla vigilia della Festa, veniva rilasciata una pergamena, cosicché altri studenti anziani non potessero pretendere pagamenti ulteriori. Queste pergamene, riempite con disegni sconci e frasi ironiche, erano denominate papiri. Lo studente viene ammesso all'Ordine del Fittone (Sacer venerabilisque fictonis ordo).

Il Fittone è il simbolo della goliardia bolognese. In realtà si trattava di un paracarro posto dal Comune di Bologna, nel 1870, all'inizio di via Spaderie per impedire il passaggio delle carrozze (Via Spaderie era ubicata dove oggi è il portico che va da via Orefici all'angolo con via Rizzoli).
Quel Fittone divenne punto di incontro per i golardi dell'epoca che lo eressero a loro simbolo.

Il Fittone subì varie traversie: sopportò un tentativo di ratto da parte dei padovani nel 1912, fu spezzato durante il ratto modenese del 1947, ingabbiato in solido acciaio nel 1950. Alla fine fu trasferito all'interno dell'Università.










"De brevitate vitæ" conosciuto maggiormente come "Gaudeamus igitur" o anche solo "Gaudeamus" è l'inno internazionale della goliardia. Il suo testo in latino ricorda da vicino le scanzonate considerazioni dei clerici vagantes medievali, studenti che celebravano una gioventù da vivere giorno per giorno in libertà. È tuttora considerato l'inno internazionale degli studenti universitari. Nel 1959 è stato scelto come inno dell'Universiade.

Viene riportato il testo, tralasciando la parte ritenuta apocrifa.
GAUDEAMUS IGITUR    

Godiamo dunque, finché siamo giovani.
Dopo l'allegra gioventù,
dopo la scomoda vecchiaia
ci riceverà la terra!

Dove sono quelli che prima di noi furono nel mondo?
Andate verso i cieli
passate per gli inferi
dove ora stanno.

La nostra vita è breve, in breve finirà
arriva la morte in un lampo
ci strappa crudelmente
non risparmierà nessuno.

Evviva l'accademia, evviva i professori!
Viva qualunque membro,
viva tutti i membri,
siano sempre in pieno vigore.

Viva tutte le ragazze, disponibili, attraenti!
viva anche le donne
tenere, amabili,
buone, laboriose.

Viva anche lo Stato e chi lo governa
viva la nostra civiltà
la generosità dei mecenati
che qui ci protegge

Alla malora la tristezza, alla malora chi ci odia!
alla malora il diavolo
chiunque sia contro gli studenti [è un termine inventato]
ed i denigratori

Il testo latino é il seguente:

Gaudeamus igitur, iuvenes dum sumus
Post iucundam iuventutem
Post molestam senectutem
Nos habebit humus.

Ubi sunt qui ante nos in mundo fuere?
Vadite ad superos
Transite in inferos
Hos si vis videre.

Vita nostra brevis est, brevi finietur.
Venit mors velociter,
rapit nos atrociter,
nemini parcetur.

Vivat Academia, vivant professores.
Vivat membrum quodlibet,
vivant membra quaelibet,
semper sint in flore.

Vivant omnes virgines faciles, formosae.
Vivant et mulieres
Tenerae amabiles
Bonae laboriosae.

Vivant et republica et qui illam regit.
Vivat nostra civitas,
Maecenatum caritas
Quae nos hic protegit.

Pereat tristitia, pereant osores.
Pereat diabolus,
quivis antiburschius,
atque irrisores.

Per ascoltare il ritornello:

oppure:









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